Valeria Fedeli, la peggiore ministra di sempre: dietro di lei può vedere quei giganti dei suoi predecessori

Nei decenni della Prima Repubblica, quando in politica contavano le preferenze, le tessere e i rapporti di forza, dove il Governo era la risultante di un’ elaborata applicazione del manuale Cencelli, c’ erano comunque alcuni tabù e il rispetto di alcuni ambiti ritenuti inviolabili. I ministri dell’ Istruzione dovevano essere persone competenti. Certo, funzionavano anche in questo caso pesi e contrappesi fra correnti della Dc e i suoi alleati, il Psi, il Psdi, il Pri e i liberali, ma per quello che allora veniva chiamato ministero della Pubblica Istruzione erano sempre indicati esponenti politici con un profilo personale adatto, persone che avessero una qualche aderenza, soprattutto culturale, con l’ ambito di cui erano chiamati ad occuparsi.

A scorrere l’ elenco dei personaggi che hanno occupato il dicastero dell’ Istruzione scopriamo, al di là delle legittime posizioni politiche, donne ed uomini di assoluta qualità. Il filosofo del diritto Guido Gonella, cattolico, autore della famosa rubrica Acta diurna sull’ Osservatore Romano; Antonio Segni, che diventerà Presidente della Repubblica; il grande giurista Giuseppe Bettiol, autore di uno dei migliori manuali di diritto penale; il liberale Gaetano Martino, già rettore dell’ Università di Messina; un raffinatissimo intellettuale della politica e del diritto come Aldo Moro; Salvatore Valitutti, rettore dell’ Università per stranieri di Perugia, Giovanni Spadolini, uno degli uomini più colti che la politica italiana abbia mai avuto; l’ attuale Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, apprezzato giurista e docente universitario; il linguista Tullio De Mauro e donne come Franca Falcucci e Rosa Russo Iervolino. Nel periodo del Regno d’ Italia quel ministero vide la presenza due giganti della filosofia del Novecento, Benedetto Croce e Giovanni Gentile, tradotti e riconosciuti in tutto il mondo.

L’ attuale ministro Valeria Fedeli non è laureata, anche se in primo momento aveva dichiarato di esserlo, pare non abbia neanche un diploma di scuola media superiore compiuto. Questo non significa che non possa essere ministro della Repubblica. Un Governo deve essere specchio del Paese e, anche se è preferibile che vi siedano persone competenti, non deve essere un consesso accademico. Anzi, nelle ultime composizioni troppo spesso si è dato spazio ad élite dalla provenienza opaca, prive di ogni legittimità elettorale o aderenza con quelli che Tocqueville chiamava i «corpi intermedi» della società.

Tuttavia, il caso del ministero dell’ Istruzione è molto particolare. Il titolare è chiamato, soprattutto agli occhi di centinaia di migliaia di giovani studenti, ad avere un’ autorevolezza che gli viene dal riconoscimento di meriti e dignità culturale. Di recente la ministra Valeria Fedeli si è, per così dire, distinta per una perla che rivela un rapporto, a dir poco, problematico con la lingua italiana. Nella lettera al Corriere della Sera ha testualmente scritto «sarebbe opportuno che lo studio della Storia non si fermasse tra le pareti delle aule scolastiche ma prosegua anche lungo i percorsi professionali». Ha dimostrato di avere scarsa dimestichezza con l’ uso dei verbi.

Il problema non è solo l’ errore, drammatico in sé, quanto l’ autorevolezza con cui una ministra dell’ Istruzione dovrebbe presentarsi ai giovani studenti per esortarli al merito, all’ impegno negli studi, alla profondità del sapere. Studiare e apprendere è in primo luogo un beneficio personale ma è anche un contributo alla Nazione, alla società nel suo insieme, perché migliorandosi singolarmente si migliora tutti. Un Paese senza materie prime e ricchezze naturali cresce attraverso la qualità dei suoi cittadini.

Si dice che la ministra Fedeli abbia una solida esperienza sindacale. Ebbene, avrebbe potuto fare il ministro del Lavoro o occupare un altro dicastero che si occupa di questioni sociali. La cultura per l’ Italia deve rappresentare un patrimonio nazionale, non solo quella materiale data dalle antichità, ma anche quella immateriale che si sostanzia nella letteratura, nella filosofia, nella musica, nell’ eredità di grandi autori. Il decoro delle istituzioni è anche nel rispetto della loro storia e peculiarità. Questo valga come esortazione per il futuro.

di Gennaro Sangiuliano

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